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N. 38
Lunedì 17 marzo 2008
Messaggio del Vescovo
monsignor Domenico Crusco
Pasqua 2008
SETTE PAROLE PER AUGURARE
LA BUONA PASQUA
Carissimi fratelli e sorelle,
1. Buona Pasqua sono le parole di augurio che in questi giorni
utilizziamo nelle nostre visite agli amici e parenti, nelle nostre cartoline,
nelle nostre lettere e persino negli ormai famosi messaggi di testo (sms) con
i telefonini. Anche il Vescovo perciò si trova a dover fare gli auguri di
Buona Pasqua.
Certo, personalmente mi sono chiesto se queste due parole sono sempre
comprese nel loro significato più vero ed originario. Soprattutto la seconda:
Pasqua. Cosa vuole dire allora augurare buona pasqua ai nostri amici e
parenti? Sarà bene anche chiedersi se è soltanto a loro che dobbiamo
rivolgere questo augurio?
Attraverso la ricostruzione dei fatti narrati nella Bibbia sappiamo che
si può parlare di diverse tradizioni della Pasqua.
La pasqua che conosciamo noi cattolici è quella di Cristo che
passò dalla morte alla vita, dal calvario e dalla croce alla risurrezione.
Il rito di questa pasqua, circa duemila anni fa, fu modificato da
Cristo nell’ultima cena, semplificando il rito raccontato nell’Esodo e che
ricordava un altro passaggio: dalla schiavitù d’Egitto alla liberazione della
terra promessa.
Quella a sua volta però ricordava un altro rito: quello della
transumanza delle greggi nelle nuove zone di pascolo. La notte scelta per
questo passaggio doveva essere la notte più illuminata della primavera, la
notte di luna piena di primavera.
Come vedete il termine che ricorre è appunto quello di «passaggio». Il
termine pasqua dice dunque il riferimento ad una situazione di cambiamento,
dice il riferimento ad una situazione che va mutata.
Deve essere chiaro, a tutti, il senso delle parole: augurare buona
pasqua equivale dire ti auguro di cambiare vita, di passare da una situazione
negativa ad una positiva, dalla morte alla vita di Cristo. Quali sono dunque
questi cambiamenti che il vostro Vescovo si sente di augurarvi?
Mi sono lasciato aiutare da Cristo e proprio da quelle ultime parole
che il Cristo pronuncia dalla sua cattedra d’amore che è la croce.
2. Le prime parole che Cristo pronuncia morente in Croce sono:
«Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Queste sono
le parole di un uomo morente attraverso una pena capitale, terribile e
ignominiosa. Quella della croce era una pena cruenta che veniva data
solo a criminali terribili (oggi diremmo a criminali di guerra). La prassi
voleva che questa gente, così cruenta, in quel funesto momento di sofferenza
maledicesse il giorno che erano venuti in vita e si abbandonavano a
maldicenze e bestemmie verso i carnefici e verso gli astanti che volevano
assistere allo «spettacolo del dolore». Talvolta si doveva persino tagliare
loro la lingua per evitare che dicessero parole di offesa contro il Console o
l’Imperatore. Il primo passaggio che opera Gesù Cristo in croce sta proprio
in questo nuovo linguaggio, in questa nuova parola: Perd onali. Non più
parole di odio, di vendetta, di calunnia, di offesa ma parole nuove che
aprono alla speranza e alla riconciliazione.
Il mio primo augurio di pasqua sta proprio in questo: che là dove è
offesa si possa «passare» alla misericordia, che là dove vi è odio si possa
«passare» al perdono; che là dove vi è guerra si possa «passare» alla pace.
Non possiamo credere e pensare, come fanno tutti, che la legge della guerra
possa risolvere il problema della democrazia e dei diritti delle persone. Non
possiamo credere che quelle parole Cristo le abbia pronunciate solo per i
cristiani. Quelle parole sono il testamento di Cristo all’umanità e sono
rivolte a tutti. Cristo dunque invita tutti a compiere questa conversione
della mente e dei cuori.
3. «In verità ti dico, oggi sarai con me nel paradiso» (Lc 23,41)
sono quelle parole che Cristo rivolge al ladrone pentito. Forse gioverà
ricordare quanto era accaduto prima, così come riporta il Vangelo di Luca:
«Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo?
Salva te stesso e anche noi! ”. Ma l’altro lo rimproverava: “Neanche tu hai timore
di Dio e sei dannato alla stessa pena? Noi giustamente, perché riceviamo il
giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E
aggiunse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno»(Lc 23,39-42).
Un ladro si sa, deve poter contare sull’agilità dei movimenti e sulla
rapidità d’esecuzione. In effetti questo ladro ha compiuto, passatemi pure il
termine, un ultimo «furto»: si è rubato il paradiso. La rapidità e l’agilità
dei movimenti, il suo talento ora gli è servito per un tesoro davvero grande:
l’eternità. Questo ladro è sicuramente giovane: giovane perché è agile,
rapido e, soprattutto, perché non ha paura di cambiare vita. Giunto al
termine della sua esistenza terrena non ha paura di mostrare il suo vero
volto: il rispetto per una persona innocente, l’umiltà del suo animo di
fronte al Re dei re. Questo ladro ha saputo cambiare vita. Potremmo dire: un
ultimo scatto che gli ha procurato la vita senza fine. Cristo lo ha
confermato: oggi sarai con me in paradiso. Oggi questo cambia mento è di
nuovo possibile. Oggi è possibile decidersi nuovamente per l’eternità, per un
felice ritorno al Padre di tutti. Nel suo volto possiamo scorgere i
lineamenti della Samaritana che si converte (Cfr. Gv 4,1-26), ovvero una
moderna concubina che decide di cambiare vita; il figliol prodigo che
ritorna al padre (Cfr. Lc 15,11-32), un giovane dissoluto che ritorna sulla
via del bene; Zaccheo che restituisce quanto ha frodato (Cfr. Lc 19,1-10),
ovvero uno strozzino che restituisce quanto ha rubato; Matteo che
prontamente abbandona il tavolo della raccolta per seguire il Maestro
(Cfr. Mt 9,9-10), un impiegato che abusa del suo ufficio che cambia vita e
decide di seguire Gesù Cristo. Celebrare bene la Pasqua vuol dire
cambiare in bene la nostra vita, Gesù è venuto per salvare e non per
condannare, “non voglio la morte del peccatore, ma che si converta e viva”.
4. Il Vangelo di Giovanni aggiunge poi ciò che altri evangelisti
non riportano: «Donna ecco tuo figlio» (Gv 19,26). Qui il nostro Signore Gesù
Cristo ci invita a compiere un altro passaggio: sentirci figli della Chiesa.
In effetti è proprio così: fino a quel momento Gesù era figlio unico di
Maria, da questo momento in poi diventa il primogenito. Giovanni il
secondogenito e dietro di lui tutti noi. Tante volte abbiamo sentito
rivolgere parole infamanti contro la Chiesa. Questa nostra madre avrà pure le
sue rughe, le sue macchie, talvolta il Papa stesso ci ha aiutato a
comprendere che queste macchie sono diventate «sporcizia», ma è pur sempre nostra
madre. Forse è importante che ci sentiamo non figli di nessuno, autocefali,
ma figli della Chiesa a cui da Cristo siamo stati affidati.
Il passaggio che tutti dobbiamo compiere è proprio questo: nella
religione aumentano sempre di più coloro che pensano di credere a modo
proprio, senza considerare quanto sia utile e fruttuoso accogliere le parole
di Cristo che ci invitano a credere con la Chiesa; a saperci affidati a Lei;
a saperci suoi figli. Ciò che rende autenticamente madre Maria è il dolore
del suo secondo parto: mentre il parto di Cristo lo aveva avuto senza dolore,
qui invece, il secondo parto (quello dell’Apostolo Giovanni nel quale siamo
tutti noi) avviene nel dolore. Maria è perciò qui resa Madre da Cristo e
dalla partecipazione di Lei ai dolori del Cristo.
Il mio augurio è che possiamo «passare» anche noi a
sentirci figli di una Madre che ha saputo soffrire sotto la croce; possiamo
credere e affidarci ad una madre che ha voluto contribuire, con il suo
dolore, a riunire i figli di quella famiglia dispersa e disgregata dal
peccato.
5. Se le prime parole di Cristo in Croce sono rivolte ai suoi
prediletti (nemici, peccatori e santi), ora queste parole esprimono, almeno
al primo impatto, il dramma di un uomo di fronte alla sua sofferenza più atroce:
«Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?» (Mt 27,46). In effetti al
primo impatto queste parole possono apparire proprio così: Gesù è giusto un
uomo che, messo alla prova, reagisce come tanti di noi. Ma dov’è Dio? Perché
non mi risponde? Perché mi accade tutto questo? Perché proprio a me? E
continuando ancora: Perché la morte di quell’amico? Perchè la morte del
giusto? Perché quella morte prematura? Sono i molti modi umani, assolutamente
umani, di reagire di fronte alla sofferenza che ci appare sempre come
inspiegabile. Eppure a leggere bene quelle parole non è affatt o così. Dio
mio, Dio mio … sono le parole del salmo ventidue. Queste sono le parole di un
uomo sofferente che anziché affidarsi alla lamentela, si affida alla
preghiera, alla supplica. Sarà bene cogliere tutta l’articolazione di questo
salmo che apre con la supplica (cfr. 22,1-22), continua con il ringraziamento
(22,23-27) e chiude con la prospettiva messianica (22,28-32).
Per il nostro augurio di pasqua possiamo dire che il crocifisso
morente ci invita a passare dalla lamentela, dalle lagnanze varie, forse
persino dal rimprovero a Dio alla preghiera che si fa ringraziamento e che
apre alla risurrezione. Dalla tristezza per la sofferenza del giusto alla
certezza della risurrezione.
6. «Ho sete» (Gv 19,28) sono invece solo due parole ed esprimono
il senso dell’amore che Dio ha nei confronti dell’umanità. Quello di cui si
parla qui non è la sete di un uomo sofferente, ma la sete di Dio che cerca
l’uomo. In effetti come può il creatore vivere senza la sua creatura? Come
può un pastore vivere senza il suo gregge? Come può un prete vivere senza la
sua comunità? Queste due parole esprimono il grido di Dio che cerca l’uomo.
Probabilmente l’uomo contemporaneo è troppo distratto dai guadagni, dagli
interessi terreni che gli impediscono di rivolgere le orecchie verso quella
voce, che dall’alto dell’amore dell’albero della croce, invoca la nostra
presenza. Il mio augurio è che possiate sentire quella voce. Soprattutto i
giovani che sono stati chiamati da Dio possano ascoltare e p restare
ubbidienza a quella voce che chiama; la mia speranza è che i giovani si
lascino conquistare da quel fascino meraviglioso che è la voce di un Dio che
ama e che vuole essere amato.
7. L’uomo appeso alla croce ci dice: «tutto è compiuto» (Gv 19,
30). Queste parole ci rivelano l’azione compiuta dal Maestro che ha eseguito
tutto il suo capolavoro d’amore. La sua azione, per restituire all’uomo la
salvezza, si è definitivamente compiuta e a caro prezzo. Quest’opera è tutta
compiuta eppure vi manca qualcosa, ne rende ragione San Paolo, quando scrive
alla comunità dei Colossesi: «Perciò sono lieto delle sofferenze che sopporto
per voi e completo nella mia carne quello che manca ai patimenti di Cristo, a
favore del suo corpo che è la Chiesa»(Col 1,24). L’opera compiuta
definitivamente esige di essere completata ancora dal nostro dolore e dalle
nostre sofferenze. Il mio augurio è che quando si verifica anche per noi
quella notte buia e oscura possiamo e sappiamo leggerla non come dis
perazione, ma come partecipazione alle vicende di Cristo. Anche noi dobbiamo
passare a saper leggere le nostre sofferenze e il nostro sacrificio come
avvicinamento a Cristo. Il nostro dolore e le nostre sofferenze debbono poter
diventare occasione di grazia per solidarizzare con Cristo. I malati
conoscono meglio dei docenti questa visione intima e spirituale del dolore.
Se anche la vita ci dovesse consegnare una sofferenza irreversibile, dobbiamo
poter passare a viverla come occasione privilegiata: Dio ci ha prenotato un
«posto riservato» nella storia della salvezza e nel paradiso.
8. Soltanto il Vangelo di Luca ci riporta queste ultime
parole: «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» (Lc 23,46). Queste
sono le ultime parole e sono riservate al Padre. Dopo essersi preoccupato dei
nemici, dei peccatori, dei santi, del mondo e degli uomini ora invece si
preoccupa del suo ultimo e definitivo passaggio. Più che passaggio questo si
potrebbe definire un ritorno: Cristo era venuto alla luce nella storia da
circa trentatre anni ed ora ritorna al Padre. Nella notte più buia della
storia si prepara a fare il suo ingresso in quella luce eterna da dove era
venuto. Queste parole segnano l’ingresso nel Paradiso, meglio, aprono la via
al Paradiso e spalancano le porte anche per noi. Queste parole ci dicono il
passaggio definitivo a cui tutti siamo destinati: l’eternità. A leggere in
profondità la Scrittura si può vedere che l& rsquo;ultima parola di
Cristo morente è di nuovo prelevata dalla Sapienza della scrittura: è il
salmo trentuno, conosciuto come il salmo della fiducia di Davide. In pratica
è come se Cristo ci dicesse, proprio nel momento peggiore della sua
sofferenza, prima della fine che è poi anche l’inizio, di avere fiducia in
Dio, di credere oltre l’evidenza del dolore; di avere uno sguardo che ci
proietti nel futuro di Dio Padre; di passare dalla disperazione alla speranza
attraverso le parole dei salmi accompagnate dal dolore vero di un uomo
giusto. Questo è così vero che presto, il primo martire della Chiesa,
Stefano, lo imiterà perfettamente. Infatti, il libro degli Atti ci informa
che mentre lapidavano Stefano, egli stesso pregava proprio così: «Signore
Gesù, accogli il mio spirito»(At 7,59). Come augurio di Pasqua penso che si
possa dire più di un passaggio, ma un vero e proprio «tuffo » nella volontà
di Dio e un affidamento totale e senza riserve in Lui.
9. Un ultimo passaggio poi vi invito a compiere: quello delle
donne che nel sabato santo si recano al sepolcro. I Vangeli non menzionano
Maria, la madre di Gesù, tra quelle donne che si recano al sepolcro perché lo
attende, sicura, risorto. Ma tra quelle donne che andarono al sepolcro vi era
Maria di Magdala. Cerchiamo di cogliere i suoi movimenti così come vengono
raccontati dal Vangelo di Giovanni:
«Maria invece stava all’esterno vicino al sepolcro e piangeva.
Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche
vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato
posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: “Donna, perché piangi? ”. Rispose
loro: “Hanno portato via il mio Signore e non so dove lo hanno posto”. Detto
questo, si voltò indietro e vide Gesù che stava lì in piedi; ma non sapeva
che era Gesù» (Gv 20,11-14).
Si può comprendere che questa donna per poter vedere Gesù, pur non
riconoscendolo, inizialmente, si è dovuta proprio girare dall’altra parte. Ha
dovuto compiere un movimento di cent’ottanta gradi. Ha dovuto cambiare
direzione del suo capo, del suo volto e di tutta se stessa. Attraverso questa
vicenda Cristo, di fronte alla morte e alla sofferenza ci invita a guardare
da un’altra parte, ci invita a guardare verso la luce vera, verso la
risurrezione, verso la Via la Verità e la Vita. Solo così dobbiamo poter
dire, agli amici, ai parenti, ma anche ai nemici, ai peccatori, agli impavidi
e a quanti vivono nella tristezza e nell’angoscia, per loro e per tutti:
Buona Pasqua.
† Domenico Crusco
Vescovo
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