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LA VITA DI S. EMIDIO, FRA STORIA E LEGGENDA
La protezione di S. Emidio affonda le sue radici nella lontananza del tempo, allorché iniziò la sua missione di evangelizzazione nella nostra terra.
E' impossibile ricostruire, nell' assenza di validi documenti, la storia di S. Emidio, primo Vescovo di Ascoli; ci si affida alla tradizione, al racconto cioè che passa, oralmente, di generazione in generazione e che, nel suo consolidamento, legittima la sua validità.
Con il permesso del dotto Bernardo Nardi, studioso della civiltà e storia medievale di Ascoli, riportiamo in questa "memoria" lo studio sulla vita di S. Emidio, che ha pubblicato negli Atti del IV Convegno sulla Quintana, dal titolo "Le Donne, i Cavallier, l'Arme, gli Amori", Ascoli 1994, pp.15-26.
Il racconto viene illustrato dagli affreschi che decorano la Cupola dell' Altare maggiore della Cattedrale; furono eseguiti dal pittore romano Cesare Mariani nel decennio 1884-1894.
La storia di S. Emidio è rappresentata nelle otto facce della zona inferiore e si ispira alla tradizione e al racconto (passio) attribuito ad un discepolo di S. Emidio, il diacono Valentino.
Il Mariani , seguendo il racconto della tradizione popolare, illustra la vita del Santo con elementi di leggenda, come nell' affresco di S. Emidio, che, raccolta di terra la sua testa, la portò a trecento metri lontano, verso la collina.
"Un pò di leggenda - osserva il vescovo Mons. Ambrogio Squintani - nelle aride date della storia, è come un fiore che fa il dono della propria corolla al passante e abbellisce gli sterpi della siepe o le zolle infeconde della selva" ( cfr: Mons. Ambrogio Squintani, O Beate Emigdi!, lettera pastorale per la Quaresima 1953, p. 4).
 

 

La figura e il culto di S. Emidio
testo di Bernardo Nardi
La vicenda biografica di S. Emidio va collocata in un contesto di precocissima diffusione del Cristianesimo, come provato da reperti archeologici (1) e da testimonianze archivistiche (2), oltre che da una salda tradizione locale (3).
Secondo una leggenda, S. Pietro sarebbe giunto a Roma dalla terra santa attraverso la via Salaria, passando quindi per Ascoli. Nel 60 avrebbe predicato nel capoluogo piceno S. Lino, secondo papa, nato a Volterra da padre ascolano emigrato per lavoro.
Alcuni martiri ascolani (S. Veneranda, S. Antimo) sarebbero caduti durante le persecuzioni di Antonino Pio (circa il 150). Intorno al 250 si sarebbe costituita in Ascoli una sede vescovile regionale (4) il cui prestigio è attestato dalla presenza del vescovo ascolano Lucentius come legato di Leone I al sinodo di Calcedonia del 451 (5).
La vita di S. Emidio va quindi ricondotta alla primitiva espansione della fede cristiana, mentre in tempi successivi si sviluppò una tradizione ecclesiale, diffusa non solo entro angusti confini locali (si pensi all'enorme vivacità del suo culto in città come Napoli, l'Aquila o Perugia, tanto per definire alcuni riferimenti spazio-culturali); tale tradizione identificò nel santo il protettore contro il terremoto, le guerre e le pestilenze, mentre, in ambito ascolano, S. Emidio fu riconosciuto come il primo vescovo residente, fondatore di una comunità cristiana realmente stabile.
La sua "passio", attribuita al discepolo S. Valentino ma da ritenersi ben più tardiva nelle redazioni attualmente conosciute (6), si fonda su un nucleo di memorie originarie, dapprima orali e poi scritte, non pervenute, ma dalle quali certamente hanno attinto due diverse redazioni, l'una più antica
e sintetica ("Recensio 2", identificata nei manoscritti V2 e V3 della Biblioteca Vallicelliana di Roma, risalenti verosimilmente ai secoli XI e XII), l'altra più articolata e tardiva ("Recensio l'', individuata nel manoscritto vallicelliano V1, redatto intorno al XIV-XV secolo con successive aggiunte "pericopi milanesi", e nell'Officium a stampa del 1522, curato dal sacerdote ascolano Girolamo Tuberi).
Tuttavia, che il culto di S. Emidio sia ben anteriore all'XI secolo è documentato da un' ampia serie di toponimi e regesta, relativi ad un territorio esteso dal Lazio all' Abruzzo (lo stesso entro il quale viene collocato dalla agiografia il percorso missionario), riportanti luoghi di culto dedicati al martire ascolano.
"Tra il 752 e il 770 risulta sia esistito nel territorio ascolano verso il mare un "castello di S. Mindio", identificato nella torre del castello di Porto d'Ascoli (7).
Tra le prime chiese figurano la "cella nostra (dei monaci farfensi, ndr) Sancti Emigdii" esistente già tra 1'857 e 1'872 nel territorio sabino di Furcona (8), la "Ecclesia S. Mindii in Giniano" citata in documenti abruzzesi dell'864 (9), la "Ecclesia Sancti Mindii" farfense documentata sempre nel territorio di Furcona tra il 966 ed il 997 (10).
Alla luce delle attuali conoscenze, emergono due aspetti fondamentali: da un lato, l'antichità (e, quindi, l'autenticità) del culto del santo; dall' altro, la rivisitazione, in chiave simbolica e allegorica, dei contenuti di tale culto, frutto di una complessa sintesi di elementi di diversa provenienza, legata al nuovo ruolo di garante dell'identità culturale collettiva che il santo venne ad incarnare a partire dalle origini del libero Comune medioevale.

Gli elementi biografici
Secondo la tradizione, quale risulta nel suo assetto definitivo, S. Emidio nacque a Treviri (la tedesca Trier) nel 273 da una nobile famiglia (ma l'antroponimo Emidio ha senza dubbio una base latina).
Convertitosi al Cristianesimo dopo aver ascoltato la predicazione dei santi Nazario e Celso, egli abbandonò la famiglia e insieme ai tre amici Euplo, Germano e Valentino (cui, come si è detto, è stata attribuita la prima agiografia del santo) giunse a Milano dove il vescovo S. Materno lo consacrò sacerdote. A nominarlo vescovo di Ascoli fu invece il papa S. Marcellino (o il suo successore S. Marcello).
Mentre in Ascoli il prefetto Polimio perseguitava accanitamente i cristiani su ordine dell'imperatore Diocleziano, S. Emidio prima di giungere in città si fermò ad evangelizzare altri centri vicini, come Pitino, 1'Aquila e Teramo. Quando giunse finalmente in Ascoli, è tradizione che un forte terremoto facesse crollare i templii pagani della città.
I frutti della sua predicazione portarono tante persone a convertirsi al Cristianesimo che S. Emidio non aveva acqua a sufficienza per battezzarle:percosse allora la roccia nei pressi dell' attuale Borgo Solestà e fece miracolosamente sgorgare una ricca sorgente: è l'antichissima "fonte di S. Emidio", più volte trasformata nei secoli e che oggi si presenta come un elegante lavatoio cinquecentesco a cinque arcate, con resti di strutture risalenti al XII secolo. Oltre alla fonte di Borgo Solestà sono legati agli albori del Cristianesimo ascolano 1'oratorio ora trasformato in cripta della chiesa dei santi Vincenzo e Anastasio (IV-V secolo), che custodiva anch' esso un' antica fonte battesimale poi chiusa, e la chiesa di S. Salvatore di Sotto, sede di riunione e di preghiera, sorta al posto di un tempio pagano crollato per il terremoto che accolse l'ingresso del santo in città (11).
Al culto emidiano è strettamente associato quello minore di santa Polisia (o Polesia) figlia del prefetto romano Polimio, che abbracciò la fede cristiana dopo aver ascoltato la predicazione di S. Emidio.
Alla notizia della conversione della figlia, che per sfuggire al padre si era rifugiata insieme ad altre donne sul monte dell' Ascensione, sparendo poi fra i dirupi (il suo nome è rimasto nella frazione montana di Polesio), Polimio fece arrestare S. Emidio e lo fece decapitare: era l'anno 303 o, secondo un'altra tradizione, il 309.
Sul luogo dove il santo fu decapitato sorse un' edicola detta la "cona de Santo Migno", presso la quale nel Rinascimento si teneva il mercato del bestiame (12).
Nel 1623 per volere del vescovo Sigismondo Donati al posto della vecchia" cona" più volte restaurata fu eretto il tempietto ottagonale detto di S. Emidio Rosso nel quale, sotto l'altare, si conserva la pietra sulla quale il santo sarebbe stato decapitato. Un' antica tradizione, assai viva nel XVII secolo, vuole che questa pietra si sia tinta di sangue nei momenti più gravi della storia cittadina.
Un ultimo aspetto del corpus tradizionale agiografico emidiano va sottolineato: una volta decapitato, il martire prodigiosamente raccolse il capo reciso e si recò a seppellire da sé, presso l'attuale necropoli di S. Emidio alle Grotte, nel suburbio nord, tenendo in mano la propria testa: e il primitivo antro, basso e angusto fino al XVIII secolo, si dilatò miracolosamente per poi tornare subito alle sue primitive dimensioni.
Dunque, analogamente ad altri santi italiani (si veda S. Miniato a Firenze) e sulla scia di una tradizione verosimilmente di origine gallo-franca, S. Emidio fa parte della schiera dei martiri cefalofori (13).
Per quanto concerne santa Polisia, la sua memoria tradizionalmente è intimamente associata al topos costituito dal monte dell' Ascensione, che chiude con il suo tipico profilo di un uomo che domina il panorama a nord della città. Tra i canti popolari della festa dell' Ascensione ce n'è uno che ricorda santa Polisia e la sua fedele amica Luisa Glafiria (dalla gens Lusia si è fatto derivare il nome Lusiano, cioè Lisciano, alle falde del colle san Marco) e allude all'uso dei pellegrini che, saliti sul monte (un tempo chiamato per i suoi boschi Monte Nero), gettano pregando un sasso verso i dirupi, per sentire il rumore del telaio di santa Polisia: "Entro a 'sto monte sta Polisia bella / insieme alla sua giovane donzella, / stanno tessendo su un telaio d'oro, / chioccia e pulcini intorno a loro; / il sole sorge e giù Poli siacanta: / gitta la pietra e cogli l'erba santa".
Questo canto popolare, raccolto dal Massignani (14), ricorda la tradizione secondo la quale Polimio, sdegnato per il battesimo della figlia per mano di S. Emidio, la mandò a prendere dai soldati, mentre Polisia cercava la fuga tra i boschi del monte Nero; quando i soldati stavano per raggiungerla, una voragine apertasi all'improvviso rapì la vergine, sottraendola alla loro vista. "l'erba santa" è il prezzemolo o il basilico, che si credeva potesse crescere alla vigilia della festa dell' Ascensione, quando la gente delle nostre campagne era solita salire sul monte "per devozione"; in quell' occasione, gli uomini se la ponevano sul cappello o dietro le orecchie, le donne al seno o alla cintura.
Su questi aspetti della festa polisiana dell' Ascensione torna un' altra ballata tradizionale proposta dal Sacconi (15): "L'eco vanisce che notturna suona / pe' l'ime valli e de' burati in fondo: / è dei violini il ritornel giocondo / che muor sposato all'ultima canzone. / Diva Polisia, a tripudiar convenne / oggi la forte gioventù picena / su la tua vetta, e tu di pietre avesti / largo tributo, né alcun pio s'astenne / da l'erba santa che l'amor serena / e de la sposa n'adornò le vesti. / Tu fra dirupi d'orridezza mesti / ognor t'affanni, china sul lavoro, / e ti sta intorno, coi pulcini d'oro / la chioccia, e il fato col voler tenzona .
Sempre a proposito di S. Polisia, è anche tradizione che poggiando l'orecchio dietro il gruppo
marmoreo di Lazzaro Giosafatti raffigurante S. Emidio che battezza la vergine ascolana, posto dietro la tomba del santo nella cripta dal duomo, si senta ancora S. Polisia tessere.
Già emblema della chiesa ascolana, S. Emidio divenne ai tempi del libero Comune simbolo dell'unità culturale, etica e socio-politica cittadina, assurgendone a signum della memoria civica (16). Così, il libero Comune ascolano,le cui origini vengono fatte risalire al 1183 quando consoli e senatori promossero l'elezione di un primo podestà nella persona di Berardo di Massio (17) avvertì l'esigenza, analogamente a quanto accadde per molti altri Comuni italiani, di individuare e fissare nelle feste patronali il momento unificante centrale del calendario annuale. Tale fatto risulta chiaramente delineato negli Statuti civici del 1377, editi a stampa in volgare nel 1496, che così iniziano solennemente: "In nome de la Sancta et Individua Trinità del Patre, Figliolo et Spirito Sancto ameno Ad honore et reverentia de lu onnipotente Dio et de la gloriosa vergine Maria sua matre et de li beati apostoli san Petro et San Paulo; et de lu gloriosissimo martire sancto Migno patrone, protectore et defensore de lu Comuno et ancora de la ciptà d'Ascoli" (18).
La presenza di un polo religioso e di uno civile nella scansione della vita cittadina trova un puntuale riscontro in una duplice dimensione del sacro, che si concretizza in una concezione anche civica dell' oggetto di culto (19). La simbiosi di umano e divino, di civile e religioso, della città intesa in senso architettonico (urbs) e antropologico (civitas) è evidente soprattutto nella piazza dell' arengo, sulla quale vennero realizzati la cattedrale con il battistero, i palazzi dell' episcopio il palazzo civico e il palazzo del podestà (questi ultimi due ora inglobati nell'attuale municipio). E non è un caso che l'impianto del duomo ascolano derivi dalla trasformazione di un imponente edificio romano (forse una basilica) ben individuabile nell' attuale transetto (20).
Qui il vescovo Bernardo II fece costruire intorno al Mille la cripta e qui fece traslare le reliquie dell'antichissimo martire S. Emidio, già venerato, ma che da allora venne ad assumere anche sotto il profilo civico il ruolo di patrono della città e del suo comitato territoriale. Una riprova di questo mutato ordine di valori (ma non necessariamente anche della traslazione delle reliquie del patrono ascolano e dei suoi compagni martiri, che potrebbe essere avvenuta anche anteriormente alla costruzione della cripta) è in due diplomi, l'uno del 23 giugno 996, l'altro del 1 luglio 1052: il primo, di Ottone III, ignora nel nome della cattedrale S. Emidio; nel secondo, di Leone IX, la chiesa è intitolata S. Genetricis virg. Mariae et beatissimi Christi martyris Emigdii" (21). La "inventio" miracolosa delle reliquie (che una leggenda vuole siano state identificate grazie ad una rigogliosa pianta di basilico che cresceva nel buio della necropoli ipogea di S. Emidio alle Grotte) e la "traslatio" in cattedrale (effettuata, come si è detto, al tempo della costruzione della cripta o forse già tra il 780 e l'822 ai tempi del vescovo conte longobardo Justolfo (22) mentre del tutto senza riferimenti resta la tradizionale datazione all' episcopato di S. Claudio, rendono dignità alla figura vescovile (S. Emidio è indicato come primo vescovo residente ascolano), danno rilievo storico alla sua cattedra e fanno del duomo sede di culto e di pellegrinaggio, ricca di simbolici "mana" (23).
Le pietre romane su cui poggiano quelle medioevali acquisirono una più profonda sacralità, legata sul filo delle memorie al culto delle antiche generazioni anche attraverso rituali processioni che ,si svolgevano da S. Emidio alle Grotte al centro (effettuate per secoli la terza domenica di marzo, data in cui secondo la tradizione il vescovo S. Claudio avrebbe traslato, circa il 363, le reliquie). Dell'antica necropoli, inclusa dal 1721 nell'attuale tempietto giosafattiano, restano tre grotte, di cui quella ad est manomessa e trasformata in magazzino. Viceversa, fino alla costruzione della chiesa le grotte erano più ampie, arrivando ad addossarsi ad un attiguo sacello (attualmente la romanica S. Ilario, il cui fianco settentrionale scopre ancora il tufo su cui poggia, con inseriti elementi romani di reimpiego), che aveva quindi funzione di culto e di ospizio per i pellegrini "ad sanctos". Del resto, prima dei lavori di sbancamento della parete tufacea per far posto alla facciata di S.Emidio alle Grotte, l'ingresso originario dell'ipogeo era, come già detto, molto angusto, come è ben documentato dal seguente passo dell'Appiani che così scriveva nel 1702: "Essendo l'adito, o foro di quelle grotte sì angusto e basso, come pur' oggi si vede, che non può penetrarvi un uomo, se non carpone, e totalmente inchinato; se ne ampliasse allor [al passaggio del martire cefaloforo, ndr] per miracolo, e per ossequio decentemente l'ingresso, e dopo entratovi il martire, ritornasse subitamente alla forma della primiera natia bassezza, ed angustia "(24).
Così, la presenza di più luoghi di culto del santo (la cattedrale, l'antico cimitero delle grotte a Campo Parignano, l'edicola sorta sul luogo del martirio) venne ad affiancare ma anche ad esprimere la nascita di una nuova autocoscienza civile, tracciando nuovi percorsi nella topologia urbana, dalla cerchia delle moenia, aperta e vigile sul comitato territoriale, al centro cittadino, ove pulsava una nuova vita civile e commerciale e dove tutti concorrevano nei giorni della festa del patrono.
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1) G. GABRIELLI, Ara marmorea, sarcofago cristiano. Not. scavi, 622s, Roma,1888; U. LAFFI, Storia di Ascoli Piceno nell'età antica, in: Asculum, VoI. I, pp. LIV-LV e LXI-LXII (nota 21), a cura di U. LAFFI e M. P ASQUINUCCI, Giardini, Pisa, 1975.
2) A. HARNACK, Missione e propagazione del Cristianesimo nei primi tre secoli, Milano, 1926;
F. LANZONI, Le diocesi d'Italia dalle origini al principio del secolo VII, Lega, 1927.
3) P.A APPIANI, Vita di S. Emidio primo vescovo e protettore di Ascoli e martire, con un saggio della stessa città, Ascoli, 1702; Santuari d'Italia, Milano, 1931; G. FABIANI, Emidio, patrono di Ascoli Piceno, santo, martire, Bibliotheca Sanctorum, IV, 1172-1177, Pont. Univ. Lateranense, Roma, 1964.
4) U. LAFFI, cit., UV-LV.
5) F. LANZONI, cit. I, 399.
6) S. PRETE, La passione di S. Emidio di Ascoli, Studia
Picena, Ancona, 1972; U. LAFFI, cit., LVI-LXII.
7) G. BARTOCCI, Appunti inediti su una Cronaca del Quattrocento della Biblioteca Comunale di Ascoli; S BALENA, Ascoli nel Piceno, Ascoli, 1979, p. 165.
8) Chron. Farf, I, 23/26, 220, 1903.
9) G. MARINANGELl, Pitinum, Bull. Dep. Storia Patna Abruz., 287-371, 1957-1960.
10) Chron. Farf., I, 24, 354, 1903
11) B. NARDI. L. PELLEI. Ascoli dimenticata: San Salvatore di Sotto, La Rapida, Fermo, 1970, pp. 31-32.
12) Archivio Storico del Comune di Ascoli Piceno, Riformanze, 11 luglio 1565; cfr. B. NARDI, Ascoli da S. Emidio alla Quintana, Prosperi, Ascoli P., 1982, p. 10.
13) S. PRETE, cit.
14) F. MASSIGNANI, Monumenti medievali ascolani. Tradizioni, usi e costumi piceni.
Menicucci, Falerone, 1971.
15) G. SACCONI, Ballate picene, Nuova Aurora, VI, 15, 1955.
16) B. NARDI, C. CIAFF ARDONI, Quintana giostra dell' Anello e Palio in Ascoli, Edigrafital, Teramo 1986, p. 18.
17) B. FICCADENTI, Sulle origini di un Comune medioevale: Ascoli Piceno, Piceno, Il. 2,35-54,1978.
18) Statuti di Ascoli, cit. Statuti del Comune, Libro 1.
19) F. PORSIA, Lo spazio urbano, in: Uomini, terre e città nel medioevo, cit., pp. 84-106.
20) U. LAFPI, Asculum, cit., I.
21) A. RODILOSSI, Ricognizione canonica delle sacre reliquie di S. Emidio e compagni martiri, Ascoli, 2 luglio 1959.
22) G. BARTOCCI, Ricognizione delle reliquie di S. Emidio, necropoli di S. Emidio alle Grotte, Il Resto del Carlino 28 e 30 novembre, 6 e 30 dicembre 1975. Secondo l'Autore, l'anello e la pergamena rinvenuti nell'urna del Santo durante la ricognizione del 14 luglio 1718 risalirebbero all'epoca di Justolfo: il primo sarebbe il suo sigillo, di cui reca le iniziali: la seconda riporta molti nomi di chiara origine longobarda. Sulla questione restano aperti molti dubbi, sebbene diversi Autori ritengono che la data più probabile della "traslatio" sia quella della costruzione della cripta; cfr. G.FABIANI, Una pergamena indecifrabile. Il Nuovo Piceno, 27.1958; S. PRETE, cit., pp. 9111; U. LAFPI. ci!., L VII.
23) A. BENVENUTI PAPI, Pellegrinaggio e culto dei Santi, cit; F. PORSIA, Lo spazio urbano, cit.
24) P.A . APPIANI, cit.
 

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