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La figura e il culto di S. Emidio
testo di Bernardo Nardi
La vicenda biografica di S. Emidio va
collocata in un contesto di precocissima diffusione del
Cristianesimo, come provato da reperti archeologici (1) e
da testimonianze archivistiche (2), oltre che da una salda
tradizione locale (3).
Secondo una leggenda, S. Pietro sarebbe giunto a Roma
dalla terra santa attraverso la via Salaria, passando
quindi per Ascoli. Nel 60 avrebbe predicato nel capoluogo
piceno S. Lino, secondo papa, nato a Volterra da padre
ascolano emigrato per lavoro.
Alcuni martiri ascolani (S. Veneranda, S. Antimo)
sarebbero caduti durante le persecuzioni di Antonino Pio
(circa il 150). Intorno al 250 si sarebbe costituita in
Ascoli una sede vescovile regionale (4) il cui prestigio è
attestato dalla presenza del vescovo ascolano Lucentius
come legato di Leone I al sinodo di Calcedonia del 451
(5).
La vita di S. Emidio va quindi ricondotta alla primitiva
espansione della fede cristiana, mentre in tempi
successivi si sviluppò una tradizione ecclesiale, diffusa
non solo entro angusti confini locali (si pensi all'enorme
vivacità del suo culto in città come Napoli, l'Aquila o
Perugia, tanto per definire alcuni riferimenti
spazio-culturali); tale tradizione identificò nel santo il
protettore contro il terremoto, le guerre e le pestilenze,
mentre, in ambito ascolano, S. Emidio fu riconosciuto come
il primo vescovo residente, fondatore di una comunità
cristiana realmente stabile.
La sua "passio", attribuita al discepolo S. Valentino ma
da ritenersi ben più tardiva nelle redazioni attualmente
conosciute (6), si fonda su un nucleo di memorie
originarie, dapprima orali e poi scritte, non pervenute,
ma dalle quali certamente hanno attinto due diverse
redazioni, l'una più antica
e sintetica ("Recensio 2", identificata nei manoscritti V2
e V3 della Biblioteca Vallicelliana di Roma, risalenti
verosimilmente ai secoli XI e XII), l'altra più articolata
e tardiva ("Recensio l'', individuata nel manoscritto
vallicelliano V1, redatto intorno al XIV-XV secolo con
successive aggiunte "pericopi milanesi", e nell'Officium a
stampa del 1522, curato dal sacerdote ascolano Girolamo
Tuberi).
Tuttavia, che il culto di S. Emidio sia ben anteriore all'XI
secolo è documentato da un' ampia serie di toponimi e
regesta, relativi ad un territorio esteso dal Lazio all'
Abruzzo (lo stesso entro il quale viene collocato dalla
agiografia il percorso missionario), riportanti luoghi di
culto dedicati al martire ascolano.
"Tra il 752 e il 770 risulta sia esistito nel territorio
ascolano verso il mare un "castello di S. Mindio",
identificato nella torre del castello di Porto d'Ascoli
(7).
Tra le prime chiese figurano la "cella nostra (dei monaci
farfensi, ndr) Sancti Emigdii" esistente già tra 1'857 e
1'872 nel territorio sabino di Furcona (8), la "Ecclesia
S. Mindii in Giniano" citata in documenti abruzzesi
dell'864 (9), la "Ecclesia Sancti Mindii" farfense
documentata sempre nel territorio di Furcona tra il 966 ed
il 997 (10).
Alla luce delle attuali conoscenze, emergono due aspetti
fondamentali: da un lato, l'antichità (e, quindi,
l'autenticità) del culto del santo; dall' altro, la
rivisitazione, in chiave simbolica e allegorica, dei
contenuti di tale culto, frutto di una complessa sintesi
di elementi di diversa provenienza, legata al nuovo ruolo
di garante dell'identità culturale collettiva che il santo
venne ad incarnare a partire dalle origini del libero
Comune medioevale.
Gli elementi biografici
Secondo la tradizione, quale risulta nel suo
assetto definitivo, S. Emidio nacque a Treviri (la tedesca
Trier) nel 273 da una nobile famiglia (ma l'antroponimo
Emidio ha senza dubbio una base latina).
Convertitosi al Cristianesimo dopo aver ascoltato la
predicazione dei santi Nazario e Celso, egli abbandonò la
famiglia e insieme ai tre amici Euplo, Germano e Valentino
(cui, come si è detto, è stata attribuita la prima
agiografia del santo) giunse a Milano dove il vescovo S.
Materno lo consacrò sacerdote. A nominarlo vescovo di
Ascoli fu invece il papa S. Marcellino (o il suo
successore S. Marcello).
Mentre in Ascoli il prefetto Polimio perseguitava
accanitamente i cristiani su ordine dell'imperatore
Diocleziano, S. Emidio prima di giungere in città si fermò
ad evangelizzare altri centri vicini, come Pitino,
1'Aquila e Teramo. Quando giunse finalmente in Ascoli, è
tradizione che un forte terremoto facesse crollare i
templii pagani della città.
I frutti della sua predicazione portarono tante persone a
convertirsi al Cristianesimo che S. Emidio non aveva acqua
a sufficienza per battezzarle:percosse allora la roccia
nei pressi dell' attuale Borgo Solestà e fece
miracolosamente sgorgare una ricca sorgente: è
l'antichissima "fonte di S. Emidio", più volte trasformata
nei secoli e che oggi si presenta come un elegante
lavatoio cinquecentesco a cinque arcate, con resti di
strutture risalenti al XII secolo. Oltre alla fonte di
Borgo Solestà sono legati agli albori del Cristianesimo
ascolano 1'oratorio ora trasformato in cripta della chiesa
dei santi Vincenzo e Anastasio (IV-V secolo), che
custodiva anch' esso un' antica fonte battesimale poi
chiusa, e la chiesa di S. Salvatore di Sotto, sede di
riunione e di preghiera, sorta al posto di un tempio
pagano crollato per il terremoto che accolse l'ingresso
del santo in città (11).
Al culto emidiano è strettamente associato quello minore
di santa Polisia (o Polesia) figlia del prefetto romano
Polimio, che abbracciò la fede cristiana dopo aver
ascoltato la predicazione di S. Emidio.
Alla notizia della conversione della figlia, che per
sfuggire al padre si era rifugiata insieme ad altre donne
sul monte dell' Ascensione, sparendo poi fra i dirupi (il
suo nome è rimasto nella frazione montana di Polesio),
Polimio fece arrestare S. Emidio e lo fece decapitare: era
l'anno 303 o, secondo un'altra tradizione, il 309.
Sul luogo dove il santo fu decapitato sorse un' edicola
detta la "cona de Santo Migno", presso la quale nel
Rinascimento si teneva il mercato del bestiame (12).
Nel 1623 per volere del vescovo Sigismondo Donati al posto
della vecchia" cona" più volte restaurata fu eretto il
tempietto ottagonale detto di S. Emidio Rosso nel quale,
sotto l'altare, si conserva la pietra sulla quale il santo
sarebbe stato decapitato. Un' antica tradizione, assai
viva nel XVII secolo, vuole che questa pietra si sia tinta
di sangue nei momenti più gravi della storia cittadina.
Un ultimo aspetto del corpus tradizionale agiografico
emidiano va sottolineato: una volta decapitato, il martire
prodigiosamente raccolse il capo reciso e si recò a
seppellire da sé, presso l'attuale necropoli di S. Emidio
alle Grotte, nel suburbio nord, tenendo in mano la propria
testa: e il primitivo antro, basso e angusto fino al XVIII
secolo, si dilatò miracolosamente per poi tornare subito
alle sue primitive dimensioni.
Dunque, analogamente ad altri santi italiani (si veda S.
Miniato a Firenze) e sulla scia di una tradizione
verosimilmente di origine gallo-franca, S. Emidio fa parte
della schiera dei martiri cefalofori (13).
Per quanto concerne santa Polisia, la sua memoria
tradizionalmente è intimamente associata al topos
costituito dal monte dell' Ascensione, che chiude con il
suo tipico profilo di un uomo che domina il panorama a
nord della città. Tra i canti popolari della festa dell'
Ascensione ce n'è uno che ricorda santa Polisia e la sua
fedele amica Luisa Glafiria (dalla gens Lusia si è fatto
derivare il nome Lusiano, cioè Lisciano, alle falde del
colle san Marco) e allude all'uso dei pellegrini che,
saliti sul monte (un tempo chiamato per i suoi boschi
Monte Nero), gettano pregando un sasso verso i dirupi, per
sentire il rumore del telaio di santa Polisia: "Entro a
'sto monte sta Polisia bella / insieme alla sua giovane
donzella, / stanno tessendo su un telaio d'oro, / chioccia
e pulcini intorno a loro; / il sole sorge e giù Poli
siacanta: / gitta la pietra e cogli l'erba santa".
Questo canto popolare, raccolto dal Massignani (14),
ricorda la tradizione secondo la quale Polimio, sdegnato
per il battesimo della figlia per mano di S. Emidio, la
mandò a prendere dai soldati, mentre Polisia cercava la
fuga tra i boschi del monte Nero; quando i soldati stavano
per raggiungerla, una voragine apertasi all'improvviso
rapì la vergine, sottraendola alla loro vista. "l'erba
santa" è il prezzemolo o il basilico, che si credeva
potesse crescere alla vigilia della festa dell'
Ascensione, quando la gente delle nostre campagne era
solita salire sul monte "per devozione"; in quell'
occasione, gli uomini se la ponevano sul cappello o dietro
le orecchie, le donne al seno o alla cintura.
Su questi aspetti della festa polisiana dell' Ascensione
torna un' altra ballata tradizionale proposta dal Sacconi
(15): "L'eco vanisce che notturna suona / pe' l'ime valli
e de' burati in fondo: / è dei violini il ritornel
giocondo / che muor sposato all'ultima canzone. / Diva
Polisia, a tripudiar convenne / oggi la forte gioventù
picena / su la tua vetta, e tu di pietre avesti / largo
tributo, né alcun pio s'astenne / da l'erba santa che
l'amor serena / e de la sposa n'adornò le vesti. / Tu fra
dirupi d'orridezza mesti / ognor t'affanni, china sul
lavoro, / e ti sta intorno, coi pulcini d'oro / la
chioccia, e il fato col voler tenzona .
Sempre a proposito di S. Polisia, è anche tradizione che
poggiando l'orecchio dietro il gruppo
marmoreo di Lazzaro Giosafatti raffigurante S. Emidio che
battezza la vergine ascolana, posto dietro la tomba del
santo nella cripta dal duomo, si senta ancora S. Polisia
tessere.
Già emblema della chiesa ascolana, S. Emidio divenne ai
tempi del libero Comune simbolo dell'unità culturale,
etica e socio-politica cittadina, assurgendone a signum
della memoria civica (16). Così, il libero Comune
ascolano,le cui origini vengono fatte risalire al 1183
quando consoli e senatori promossero l'elezione di un
primo podestà nella persona di Berardo di Massio (17)
avvertì l'esigenza, analogamente a quanto accadde per
molti altri Comuni italiani, di individuare e fissare
nelle feste patronali il momento unificante centrale del
calendario annuale. Tale fatto risulta chiaramente
delineato negli Statuti civici del 1377, editi a stampa in
volgare nel 1496, che così iniziano solennemente: "In nome
de la Sancta et Individua Trinità del Patre, Figliolo et
Spirito Sancto ameno Ad honore et reverentia de lu
onnipotente Dio et de la gloriosa vergine Maria sua matre
et de li beati apostoli san Petro et San Paulo; et de lu
gloriosissimo martire sancto Migno patrone, protectore et
defensore de lu Comuno et ancora de la ciptà d'Ascoli"
(18).
La presenza di un polo religioso e di uno civile nella
scansione della vita cittadina trova un puntuale riscontro
in una duplice dimensione del sacro, che si concretizza in
una concezione anche civica dell' oggetto di culto (19).
La simbiosi di umano e divino, di civile e religioso,
della città intesa in senso architettonico (urbs) e
antropologico (civitas) è evidente soprattutto nella
piazza dell' arengo, sulla quale vennero realizzati la
cattedrale con il battistero, i palazzi dell' episcopio il
palazzo civico e il palazzo del podestà (questi ultimi due
ora inglobati nell'attuale municipio). E non è un caso che
l'impianto del duomo ascolano derivi dalla trasformazione
di un imponente edificio romano (forse una basilica) ben
individuabile nell' attuale transetto (20).
Qui il vescovo Bernardo II fece costruire intorno al Mille
la cripta e qui fece traslare le reliquie
dell'antichissimo martire S. Emidio, già venerato, ma che
da allora venne ad assumere anche sotto il profilo civico
il ruolo di patrono della città e del suo comitato
territoriale. Una riprova di questo mutato ordine di
valori (ma non necessariamente anche della traslazione
delle reliquie del patrono ascolano e dei suoi compagni
martiri, che potrebbe essere avvenuta anche anteriormente
alla costruzione della cripta) è in due diplomi, l'uno del
23 giugno 996, l'altro del 1 luglio 1052: il primo, di
Ottone III, ignora nel nome della cattedrale S. Emidio;
nel secondo, di Leone IX, la chiesa è intitolata S.
Genetricis virg. Mariae et beatissimi Christi martyris
Emigdii" (21). La "inventio" miracolosa delle reliquie
(che una leggenda vuole siano state identificate grazie ad
una rigogliosa pianta di basilico che cresceva nel buio
della necropoli ipogea di S. Emidio alle Grotte) e la "traslatio"
in cattedrale (effettuata, come si è detto, al tempo della
costruzione della cripta o forse già tra il 780 e l'822 ai
tempi del vescovo conte longobardo Justolfo (22) mentre
del tutto senza riferimenti resta la tradizionale
datazione all' episcopato di S. Claudio, rendono dignità
alla figura vescovile (S. Emidio è indicato come primo
vescovo residente ascolano), danno rilievo storico alla
sua cattedra e fanno del duomo sede di culto e di
pellegrinaggio, ricca di simbolici "mana" (23).
Le pietre romane su cui poggiano quelle medioevali
acquisirono una più profonda sacralità, legata sul filo
delle memorie al culto delle antiche generazioni anche
attraverso rituali processioni che ,si svolgevano da S.
Emidio alle Grotte al centro (effettuate per secoli la
terza domenica di marzo, data in cui secondo la tradizione
il vescovo S. Claudio avrebbe traslato, circa il 363, le
reliquie). Dell'antica necropoli, inclusa dal 1721
nell'attuale tempietto giosafattiano, restano tre grotte,
di cui quella ad est manomessa e trasformata in magazzino.
Viceversa, fino alla costruzione della chiesa le grotte
erano più ampie, arrivando ad addossarsi ad un attiguo
sacello (attualmente la romanica S. Ilario, il cui fianco
settentrionale scopre ancora il tufo su cui poggia, con
inseriti elementi romani di reimpiego), che aveva quindi
funzione di culto e di ospizio per i pellegrini "ad
sanctos". Del resto, prima dei lavori di sbancamento della
parete tufacea per far posto alla facciata di S.Emidio
alle Grotte, l'ingresso originario dell'ipogeo era, come
già detto, molto angusto, come è ben documentato dal
seguente passo dell'Appiani che così scriveva nel 1702:
"Essendo l'adito, o foro di quelle grotte sì angusto e
basso, come pur' oggi si vede, che non può penetrarvi un
uomo, se non carpone, e totalmente inchinato; se ne
ampliasse allor [al passaggio del martire cefaloforo, ndr]
per miracolo, e per ossequio decentemente l'ingresso, e
dopo entratovi il martire, ritornasse subitamente alla
forma della primiera natia bassezza, ed angustia "(24).
Così, la presenza di più luoghi di culto del santo (la
cattedrale, l'antico cimitero delle grotte a Campo
Parignano, l'edicola sorta sul luogo del martirio) venne
ad affiancare ma anche ad esprimere la nascita di una
nuova autocoscienza civile, tracciando nuovi percorsi
nella topologia urbana, dalla cerchia delle moenia, aperta
e vigile sul comitato territoriale, al centro cittadino,
ove pulsava una nuova vita civile e commerciale e dove
tutti concorrevano nei giorni della festa del patrono.
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1) G. GABRIELLI, Ara marmorea, sarcofago cristiano. Not.
scavi, 622s, Roma,1888; U. LAFFI, Storia di Ascoli Piceno
nell'età antica, in: Asculum, VoI. I, pp. LIV-LV e
LXI-LXII (nota 21), a cura di U. LAFFI e M. P ASQUINUCCI,
Giardini, Pisa, 1975.
2) A. HARNACK, Missione e propagazione del Cristianesimo
nei primi tre secoli, Milano, 1926;
F. LANZONI, Le diocesi d'Italia dalle origini al principio
del secolo VII, Lega, 1927.
3) P.A APPIANI, Vita di S. Emidio primo vescovo e
protettore di Ascoli e martire, con un saggio della stessa
città, Ascoli, 1702; Santuari d'Italia, Milano, 1931; G.
FABIANI, Emidio, patrono di Ascoli Piceno, santo, martire,
Bibliotheca Sanctorum, IV, 1172-1177, Pont. Univ.
Lateranense, Roma, 1964.
4) U. LAFFI, cit., UV-LV.
5) F. LANZONI, cit. I, 399.
6) S. PRETE, La passione di S. Emidio di Ascoli, Studia
Picena, Ancona, 1972; U. LAFFI, cit., LVI-LXII.
7) G. BARTOCCI, Appunti inediti su una Cronaca del
Quattrocento della Biblioteca Comunale di Ascoli; S
BALENA, Ascoli nel Piceno, Ascoli, 1979, p. 165.
8) Chron. Farf, I, 23/26, 220, 1903.
9) G. MARINANGELl, Pitinum, Bull. Dep. Storia Patna Abruz.,
287-371, 1957-1960.
10) Chron. Farf., I, 24, 354, 1903
11) B. NARDI. L. PELLEI. Ascoli dimenticata: San Salvatore
di Sotto, La Rapida, Fermo, 1970, pp. 31-32.
12) Archivio Storico del Comune di Ascoli Piceno,
Riformanze, 11 luglio 1565; cfr. B. NARDI, Ascoli da S.
Emidio alla Quintana, Prosperi, Ascoli P., 1982, p. 10.
13) S. PRETE, cit.
14) F. MASSIGNANI, Monumenti medievali ascolani.
Tradizioni, usi e costumi piceni.
Menicucci, Falerone, 1971.
15) G. SACCONI, Ballate picene, Nuova Aurora, VI, 15,
1955.
16) B. NARDI, C. CIAFF ARDONI, Quintana giostra dell'
Anello e Palio in Ascoli, Edigrafital, Teramo 1986, p. 18.
17) B. FICCADENTI, Sulle origini di un Comune medioevale:
Ascoli Piceno, Piceno, Il. 2,35-54,1978.
18) Statuti di Ascoli, cit. Statuti del Comune, Libro 1.
19) F. PORSIA, Lo spazio urbano, in: Uomini, terre e città
nel medioevo, cit., pp. 84-106.
20) U. LAFPI, Asculum, cit., I.
21) A. RODILOSSI, Ricognizione canonica delle sacre
reliquie di S. Emidio e compagni martiri, Ascoli, 2 luglio
1959.
22) G. BARTOCCI, Ricognizione delle reliquie di S. Emidio,
necropoli di S. Emidio alle Grotte, Il Resto del Carlino
28 e 30 novembre, 6 e 30 dicembre 1975. Secondo l'Autore,
l'anello e la pergamena rinvenuti nell'urna del Santo
durante la ricognizione del 14 luglio 1718 risalirebbero
all'epoca di Justolfo: il primo sarebbe il suo sigillo, di
cui reca le iniziali: la seconda riporta molti nomi di
chiara origine longobarda. Sulla questione restano aperti
molti dubbi, sebbene diversi Autori ritengono che la data
più probabile della "traslatio" sia quella della
costruzione della cripta; cfr. G.FABIANI, Una pergamena
indecifrabile. Il Nuovo Piceno, 27.1958; S. PRETE, cit.,
pp. 9111; U. LAFPI. ci!., L VII.
23) A. BENVENUTI PAPI, Pellegrinaggio e culto dei Santi,
cit; F. PORSIA, Lo spazio urbano, cit.
24) P.A . APPIANI, cit.
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